GIUSTIZIAOmissisLa corruzione di Eboli: un esercito di indagati

E’ una miniera di guai quella scavata dal sindaco ri-uscente di Eboli Massimo Cariello. Per sé e per quanti avrebbero preso parte al gigantesco banchetto allestito nel corso degli ultimi cinque anni.

Non sono, infatti, soltanto tredici le persone indagate per corruzione dal sostituto procuratore della repubblica di Salerno Francesco Rotondo e dal procuratore capo Giuseppe Borrelli: accanto ai nomi già circolati e resi pubblici contestualmente all’applicazione dell’ordinanza cautelare del 9 ottobre scorso che ha mandato dietro le sbarre il quasi ex primo cittadino, vi sono quelli di altri personaggi a lui legati a vario titolo. Un po’ vittime, un po’ complici, un po’ tutto, come sempre accade a chi si avvia su percorsi tortuosi. Ma questa è un’altra storia.

L’accusa è, manco a dirlo, tra le più pesanti: corruzione e induzione indebita a dare, ricevere o promettere utilità. In parole povere, si parla di soldi. Tanti soldi, ovviamente in fase di quantificazione e che prima o poi saranno portati alla luce dalle continue investigazioni con relativi approfondimenti. Gli altri indagati di cui si ignorava, almeno fino a ieri, l’esistenza sono: Vito Rosamilia, imprenditore edile (e non solo) considerato una sorta di braccio sinistro di Cariello, nonché fratello del nuovo presidente del consiglio comunale, Filomena Rosamilia; Gerardo Motta, imprenditore di Battipaglia della logistica col pallino della politica; Maria Pezzullo, napoletana ma con profonde radici locali essendo figlia del noto capitano d’industria Sossio; Giuseppe Del Gaudio, imprenditore agricolo della IV gamma, di Eboli; Santo Bellina, imprenditore bergamasco della IV gamma e Giuliano Sonzogni, anch’egli lombardo ma operante nell’agricoltura della Piana. Accanto ai loro nomi, poi, vi sono quelli già “discoverati” come si dice in gergo (cioè, resi noti dagli inquirenti) dei fratelli Roberto e Simone Birolini, i famosi “bergamaschi” già balzati agli onori della cronaca, oltre ai dipendenti comunali Annamaria Sasso, Vincenzo D’Ambrosio, Francesco Sorrentino e l’ingegnere Agostino Napoli. Tutti sono stati trascinati dentro questa bruttissima faccenda, oltre che dalle tipiche modalità di condotta di Massimo Cariello, dopo alcuni approfondimenti investigativi del Nucleo di Polizia tributaria di Salerno risalenti agli inizi del febbraio 2020 ed assorbiti dal fascicolo principale.
Il pm parla di «concrete notizie di reato»: certo, si tratta di dimostrare tutto ciò che viene ipotizzato ma per ora il quadro delle accuse si presenta come tale. Nei prossimi giorni proveremo a raccontare nel dettaglio. Tutto congiura, dunque, a che la vicenda non si esaurisca nei tempi auspicati, seppur con tratti di drammatica comicità, dagli esponenti di maggioranza che probabilmente non hanno ancora ben chiara la situazione, essendo il plebiscito elettorale di settembre causa ed effetto al tempo stesso del grattacielo innalzato sulle palafitte. Le quali, come si sa, affondano nel fango.

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INTERCETTAZIONE BOLLENTE
Cariello: “Il nome non deve uscire, si rischia”

L’affidamento del servizio di gestione del lido per disabili sulla marina di Eboli è al centro di un singolare ma significativo siparietto, intercettato dagli inquirenti, tra Massimo Cariello e un operatore dell’informazione locale che era stato chiamato per presenziare alla cerimonia di inaugurazione. In sintesi il problema era questo: avendo l’operato dei media fatto notare la “stranezza” della presenza di Ramon Taglianetti, Cariello si mostra agitato e dice: «No, ma che c’entra lui, lui dà solo una mano laggiù, il responsabile è il cognato, Capuano». Non convinto l’operatore continua, consapevole che la faccenda stia in altri termini (cioè quelli veri). A quel punto Cariello sbotta e dice: «Quel nome non deve uscire, mi raccomando. Se esce uno rischia pure qualcosa». Cioè?

*dal “Quotidiano del Sud” del 17 ottobre 2020

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Peppe Rinaldi

Peppe Rinaldi

Giornalista

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