GIUSTIZIAOmissisAgropoli, castello magico: offerto a un milione, acquistato a tre

Se una cosa è legittima non significa che non possa essere anomala. E se una cosa è anomala, o almeno come tale si presenta, di certo cattura l’attenzione di chi osserva. Pure se i fatti che la riguardano risalgono a un tempo passato. Prendiamo il caso del castello medioevale di Agropoli, posto all’ingresso della zona nord della cittadina cilentana. Fino a una decina di anni fa apparteneva ad un privato, l’architetto Antonio Dente, che decise di metterlo in vendita insieme ad un palazzo storico annesso all’area, per la qual cosa ricorse alla necessaria pubblicità con annunci pubblicati attraverso i canali delle agenzie immobiliari. Un ipotetico investitore privato, dunque, che fosse stato interessato all’acquisto della struttura di fattura e memoria aragonese, per prendersi il castello avrebbe dovuto sborsare un milione di euro, stando a quanto si leggeva nell’offerta del proprietario. Il castello alla fine lo ha comprato un ente pubblico, segnatamente lo stesso comune di Agropoli, che però di milioni non ne pagò uno bensì tre. C’è o no qualcosa di curioso, di anomalo appunto, in tutto ciò? A naso sembrerebbe di sì, dal momento che se a tirar fuori i soldi era un privato allora l’oggetto sarebbe costato 1 ma se si trattava di danaro pubblico allora il prezzo sarebbe salito a 3, in pratica si sarebbe triplicato. Così, infatti, andarono le cose in quel di Agropoli. La magistratura competente fu informata (la magistratura viene sempre informata), aprì un voluminoso fascicolo iscrivendo nel famigerato registro degli indagati oltre venti persone ma alla fine l’anomalia fu considerata in un certo senso legittima e tutto finì nella sabbia immobile degli archivi giudiziari. Se ne occupò un magistrato recentemente venuto a mancare, il suo fascicolo recitava in intestazione “Alfieri Francesco + 22”. 

Ma cosa c’era in quelle carte? Niente che non fosse già noto al tempo e da tempo e che la necessaria sintesi giornalistica potrebbe far riassumere come l’attività di un potente blocco politico-finanziario (manco a dirlo targato Partito Democratico) facente capo all’allora sindaco di Agropoli, Francesco Alfieri, oggi primo cittadino della vicina Capaccio-Paestum e molto altro, e all’istituto di credito di famiglia, la Banca di credito dei comuni cilentani, presieduta dal fratello di Alfieri, Lucio.

Nella girandola delle trattative fra l’ente pubblico e il proprietario del castello e mentre il prezzo saliva da un milione a tre milioni di euro, il palazzo storico adiacente fu acquistato da una società di Torchiara, il paesino cilentano da cui è partita l’avventura politica e bancaria del democratico Alfieri, e della quale fu anche sindaco pochi anni prima. Si tratta della “Turris Clara Immobiliare srl”, società universalmente nota per la sua vicinanza al sindaco Alfieri. A curare la ristrutturazione dell’immobile fu un geometra, Francesco Magna, socio dell’immobiliare insieme alla moglie e ambedue presenti in altra srl del ramo insieme al presidente della banca dei comuni cilentani, il fratello dell’attuale sindaco di Capaccio in un intreccio, certamente legittimo, di ruoli, gestioni, nuclei familiari e interessi finanziari dal poco vago sapore politico-istituzionale. Dunque, mentre il comune di Agropoli gettava le basi dell’accordo con un venditore che prima chiedeva per il castello 1 milione di euro (un annuncio sul quindicinale di annunci economici Fiera Città recitava “vendesi castello medievale…superficie di 12mila metri quadri…prezzo 1 milione di euro…”) dopo pochi giorni, per la precisione sette, presso un notaio veniva stipulato l’atto di acquisto del palazzo storico per alcune centinaia di migliaia di euro. Dopo venne perfezionato il negozio e con un paio di mutui da 1,3 milioni e 1,7 milioni il castello aragonese passò nella disponibilità del comune di Agropoli, nello specifico alla Stu (Società di trasformazione urbana) creata ad hoc dall’ente. Tralasciando ora tutta la parte, pur significativa, che riguarda la segnalata violazione di alcune normative in tema di trasformazioni urbane che impongono che per fare certe operazioni bisogna passare attraverso società per azioni e non a responsabilità limitata (quale era all’atto dell’acquisto del castello la Stu, con un capitale sociale di appena 10mila euro, ma fu un escamotage per aggirare il patto di stabilità imposto ai comuni, anche ignorando teoricamente il danno che ne poteva derivare ai creditori dell’ente), sorvolando pure sulla «coincidenza non casuale» tra acquisto del castello e acquisto da parte della famiglia/banca Alfieri del palazzo storico adiacente rilevata dai consulenti della procura al tempo, e sorvolando, ancora, su altre violazioni di natura contabile pur esse rilevate dai tecnici incaricati nonché esibite ai magistrati (le operazioni di natura finanziaria e i rapporti bancari dei 23 indagati dell’epoca vennero, invece, considerate «non anomale» quantunque «verosimili»), sorvolando, infine, sulla enorme capacità di tutela dei propri interessi del gruppo Alfieri che, di riffa o di raffa, comunque guadagnava da queste manovre non foss’altro per il fatto che ad erogare i soldi (e i soldi costano) fu la Bcc, resta da capire quale possa essere la risposta a una domanda banale: perché il privato chiedeva un milione e invece il comune si accordò pagandolo tre?
* dal “Quotidiano del Sud” del 17 settembre 2020

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Peppe Rinaldi

Peppe Rinaldi

Giornalista

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