NovaetveteraSalerno: il pontificale di San Matteo e quel profumo del Papa emerito

Nicola Russomando Nicola Russomando24/09/2019363

“Ratzinger è sbarcato a Salerno”: potrebbe essere questo il titolo che riassume l’esordio dell’arcivescovo Bellandi nel solenne pontificale per la festa di S. Matteo, patrono principale della città. Già da queste colonne si sottolineava la centralità della riflessione liturgica nell’insegnamento del teologo Bellandi. Al pontificale se ne è avuta conferma. E i segni nella liturgia rappresentano un chiaro rimando a contenuti ben specifici. Innanzitutto, la centralità della croce sulla mensa dell’altare, laddove, sulla base di una malintesa lettura delle riforme postconciliari, essa viene dislocata al lato dell’altare quando non vi scompare del tutto. Così Ratzinger nel suo «Introduzione allo spirito della liturgia»: “La croce dovrebbe trovarsi al centro dell’altare ed essere il punto cui rivolgono lo sguardo tanto il sacerdote che la comunità orante. Tra i fenomeni più assurdi del nostro tempo annovero il fatto che la croce venga collocata su un lato per lasciare libero lo sguardo sul sacerdote”. Tutto ciò in nome non di un formalismo, ma della considerazione che “Il Signore è il punto di riferimento. Può trattarsi tanto della croce della passione che rappresenta Gesù sofferente che lascia trafiggere il suo fianco per noi, da cui scaturiscono sangue e acqua – l’Eucarestia e il Battesimo – come pure di una croce trionfale che esprime l’idea del ritorno e attenzione su di esso”. A completare poi la restaurazione liturgica i sette candelieri richiesti per la celebrazione pontificale, ricordo della menorahebraica, l’uso della tunicella al di sotto della pianeta – paramenti per lo più considerati preconciliari – che nel vescovo evidenzia la pienezza della sua essenza sacerdotale. Quindi il ricorso al canone romano, o preghiera eucaristica I, che per Ratzinger è tout-court «il Canone della Chiesa».

Il pontificale di S. Matteo è stato anche occasione per l’imposizione del pallio, la striscia di lana bianca, con sei croci nere, rimando alle piaghe di Cristo, segno della potestà dei metropoliti. L’imposizione è stata officiata dal nunzio apostolico per l’Italia da quando Francesco ha optato per una tale soluzione. Fino ad un recente passato era funzione riservata al romano pontefice per sottolineare lo speciale rapporto che lega il metropolita alla Sede apostolica.

Se il pallio richiama l’idea del giogo, che nel linguaggio evangelico è per definizione «soave», rimanda pure, per essere confezionato con la lana degli agnelli benedetti nella festa di s. Agnese, all’immagine della pecorella smarrita e del buon pastore. Anche qui Bellandi ha fatto sue le parole di Ratzinger pronunciate all’atto dell’inizio del ministero petrino: “La lana d’agnello intende rappresentare la pecorella perduta o anche quella malata e quella debole, che il pastore mette sulle sue spalle e conduce alle acque della vita. La parabola della pecorella smarrita, che il pastore cerca nel deserto, era per i Padri della Chiesa un’immagine del mistero di Cristo e della Chiesa. L’umanità – noi tutti – è la pecora smarrita che, nel deserto, non trova più la strada”. «La Chiesa in uscita» che è lo slogan del pontificato di Francesco non è in nulla dissimile nella sostanza da quella che è da sempre la missione di un vescovo così ben effigiata nella parabola del «Buon Pastore». E il fatto che Bellandi ha voluto riprendere l’immagine dei multiformi deserti esistenziali della società contemporanea, spesso in vana ricerca di un senso, sta a rimarcare il significato della fede quale luogo d’incontro personale con Cristo.

Del resto al centro della vita di Matteo sta proprio l’incontro con Cristo, donde l’incalzante sequenza nel racconto evangelico di “lo vide, gli disse, seguimi”. Tre azioni che Francesco ha compendiato nella scelta di Gesù dell’apostolo già pubblicano, preceduta dalla manifestazione della sua misericordia. A tale proposito, l’omelia dell’arcivescovo ha ripreso il passaggio, a commento dell’episodio, che Francesco fece nella visita a Cuba nel 2015 nella stessa ricorrenza. Al centro della riflessione è posto il singolare «gioco di sguardi»: “E Gesù si fermò, non passò oltre frettolosamente, lo guardò senza fretta, lo guardò in pace. Lo guardò con occhi di misericordia; lo guardò come nessuno lo aveva guardato prima. E quello sguardo aprì il suo cuore, lo rese libero, lo guarì, gli diede una speranza, una nuova vita, come a Zaccheo, a Bartimeo, a Maria Maddalena, a Pietro e anche a ciascuno di noi”. Sulla scorta del principio in base al quale «L’amore di Dio sempre ci precede»- anch’esso di conio ratzingeriano-, meglio si legge il «visus est et vidit» del motto episcopale di Bellandi. Anche in un contesto come le celebrazioni salernitane per s. Matteo, segnate da folclore e da elementi esterni di identificazione civica, l’invito del pastore è stato quello di andare alla sostanza dell’esperienza evocata, allo sguardo che nell’incontro misericordioso con Cristo restituisce la capacità di vedere. 

Nicola Russomando

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