ARCHIVIODetenuto ‘incompatibile’ col carcere si suicida: condannati psicologa e Guardasigilli, risarcimento record

Avatar admin26/06/2014128

carcerato disperato

Lui si uccide in galera, la psicologa incapace di valutarne la propensione al suicidio viene condannata, ma a pagare il risarcimento ci penseremo tutti noi. Per il “tramite del ministro della Giustizia pro tempore”, recita l’algida formula nella sentenza del tribunale di Milano scritta dal giudice Fabio Roia in seduta monocratica l’8 aprile, di cui si conoscono ora le motivazioni.

 

 
Otto mesi per la psicologa e mezzo milione di euro come provvisionale immediatamente esecutiva in attesa delle determinazioni del giudice civile: precisamente 529mila euro, obbligati solidali l’operatrice penitenziaria e il ministro.
Motivazioni interessanti, volendo, perché in 46 pagine incrociano diritti e doveri nella dinamica di più amministrazioni pubbliche concorrenti al regime detentivo di un soggetto debole e suscettibile, pertanto, di maggior tutela.

La storia è tragica, come la stragrande maggioranza delle storie di galera italiane, discariche pubbliche imbottite di umanità varia. Luca Campanale era un ragazzo di 28 anni, milanese, che a 17 subì un trauma cranico per un incidente motociclistico. Da quel giorno la testa ha iniziato a seguire strane traiettorie. Succede. Poi la droga, l’erba, ma soprattutto crack e cocaina completavano un quadro già molto border-line. Non lo dice Libero, lo scrivono decine di rapporti medico-sanitari, lo sancisce il giudice in sentenza. Luca aveva bisogno di soldi, ne chiedeva sempre in famiglia, era fuori di testa, chi gli voleva bene sprofondava nel buio giorno per giorno accanto a lui. 

Una sera del 2008 mette a segno una rapina alla stazione centrale di Milano, lo beccano e lo rinchiudono, viene condannato a 2 anni. Poi un altro magistrato ne chiede il processo per un fatto analogo e pure qui la pena è di 2 anni. Tempo interminabile per chiunque, figuriamoci per un soggetto psicotico, con manie persecutorie, logorroico, con ridotte capacità relazionali, spiccata tendenza autolesionistica e molto altro di quanto si legge in relazioni, perizie e rapporti vari. Parte una via crucis che sfocerà il 12 agosto 2009 in una corda al collo nel bagno di una cella di San Vittore: proprio il carcere dove non voleva tornare, era a Pavia, le autorità lo gestivano alla meglio -diciamo – ma ora si tagliava le vene, ora si infilava una penna nel collo, ora era calmo, ora no, ora era convinto che i genitori fossero morti, ora si lacerava le carni, ora rendeva la vita impossibile a sé e ai «concellini» come il giudice chiama i compagni di cella.

Si poteva evitare, c’era qualcuno che poteva o doveva farlo? Per il giudice, che ha accolto le tesi della procura (inizialmente l’ipotesi era di morte come conseguenza di abbandono di incapace, riqualificata dalla Corte d’Assise in cooperazione colposa in omicidio colposo) di sicuro sì: la psicologa che visitava Luca sottovalutò «anche grossolanamente» scrive Roia, il grado del rischio, cioè fallì la mission centrale. La psichiatra coimputata è stata assolta. Ma il maxi risarcimento riconosciuto ai due fratelli di Luca, alla madre e al padre è importante perché viene riconosciuta la responsabilità della pubblica amministrazione per le condotte del suo personale, senza se e senza ma. Personale su cui ha l’obbligo di vigilanza oltre a quello di provvedere alla corretta formazione professionale. 
Per ora, sganciare mezzo milione di euro: poi si vedrà.

Peppe Rinaldi (dal quotidiano “Libero” del 26 giugno 2014)

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