ARCHIVIONovaetveteraLa vita umana è sempre al centro tra discernimento ed egolatria

Nicola Russomando Nicola Russomando10/10/20132266

domleone morinelli cava badia

“La vita umana: dono, valore, responsabilità”: su questo tema l’Associazione nazionale dei medici cattolici italiani (AMCI), sezione diocesi di Amalfi – Cava dei Tirreni, ha aperto il suo anno sociale con un convegno – dibattito tenutosi alla Badia di Cava domenica 6 ottobre. 

 

Introdotto dal saluto dell’amministratore apostolico dell’abbazia, Dom Leone Morinelli, che ha ricondotto le riflessioni dei medici cattolici al tema dell’ascolto degl’insegnamenti del magistero della Chiesa, così come il beato cardinale Schuster, benedettino arcivescovo di Milano, leggeva nel prologo della Regola di S. Benedetto (Obsculta fili praecepta magistri), il convegno è stato arricchito dalle relazioni di D. Domenico Santangelo del clero della diocesi di Teggiano – Policastro, giovane docente di teologia morale presso la Pontificia Università Lateranense, sulla dignità della persona umana, e dell’ordinario di Filosofia del diritto alla Federico II di Napoli Giuseppe Acocella sui profili legislativi dell’obiezione di coscienza. Il convegno è stato promosso dal vicepresidente nazionale AMCI Giuseppe Battimelli, che ha ritenuto doveroso aprire i lavori con un momento di silenziosa preghiera per l’ennesima e immane strage che si è consumata al largo di Lampedusa.

Singolare, ma non impropria associazione, quella tra il tema della dignità umana e dell’obiezione di coscienza, che ha trovato compiuta coerenza negli argomenti dei relatori. Per D. Santangelo la dignità della persona umana, spogliata di ogni genericità che la rende condivisibile dalle più diverse ideologie (chi non concorda sul valore della dignità umana?), deve essere riportata alla sua dimensione ontologica, ovvero al rapporto di somiglianza, in senso etico, che esiste tra Dio creatore e l’uomo creatura. Una somiglianza da cui deriva il valore assoluto della dignità umana, dal suo sorgere al suo tramonto, in opposizioni a concezioni utilitaristiche o prestazionali della stessa, che considerano degne di essere vissute esperienze di solo efficientismo vitalistico, con la conseguenza della “cultura dello scarto” per embrioni, malati terminali o affetti da patologie irreversibili, secondo un efficace pastiche linguistico imposto di recente da papa Francesco per giovani e anziani.

Il teorico del diritto prof. Acocella ha invece focalizzato l’attenzione sulla questione dell’obiezione di coscienza prevista dalla legge 194/1978, sull’interruzione volontaria della gravidanza, banalmente richiamata come legge sull’aborto, termine sempre evitato con cura dal legislatore così come per divorzio nella legge 898/1970 sulla “cessazione o lo scioglimento degli effetti civili del matrimonio”. Letta alla luce dei valori costituzionali, l’obiezione di coscienza costituisce un momento di rottura della legalità, se se ne considera il profilo di rifiuto di una prestazione imposta dalla legge. E’ il caso del diritto di sciopero previsto dalla Costituzione all’articolo 40, che costituisce comunque una forma di obiezione alla prestazione contrattuale, cui non corrisponde analogo diritto di serrata da parte del datore di lavoro in ragione di una presunzione d’ineguaglianza sostanziale. Tuttavia l’obiezione di coscienza riconosciuta a medici e a personale sanitario dalla legge 194 è oggi oggetto di critiche da parte del pensiero giuridico più schierato ideologicamente. E’ il caso di eminenti giuristi, quali Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky, che vedono nell’obiezione di coscienza della 194 “un rifiuto senza conseguenze”, quasi che un diritto sancito dalla legge costituisca atto d’insubordinazione tout-court. E in ciò dimentichi del fatto che la forma storica dell’obiezione di coscienza in Italia è stata rappresentata da quella al servizio militare, introdotta dalla legge 772/72, vera deroga al precetto costituzionale della difesa della patria.

Critica alla 194 mossa in particolare in ordine a presunti problemi funzionali nelle strutture pubbliche, smentiti dal rapporto annuale del Ministero della Salute, in ogni caso di secondario rilievo rispetto ai principio supremo di tutela della vita umana sancito dalla Carta. Acocella, non a caso, ha sottolineato che il primo articolo della legge 194, richiamandosi alla tutela della vita umana e respingendo ogni tentazione di controllo delle nascite, legittima l’obiezione di coscienza come conseguenza del valore della persona umana promossa dalla Costituzione sin dall’articolo 2. A maggior ragione appare coerente con le critiche all’obiezione che lo stesso codice deontologico nazionale dei medici sostituisca oggi la dizione “obiezione di coscienza” con quella più sfumata di “obiezione di convincimento”.

Indubbiamente il termine “coscienza” evoca immediatamente il catechismo della Chiesa cattolica, che la definisce come “giudizio della ragione che, al momento opportuno, ingiunge all’uomo di compiere il bene e di evitare il male”, e che sottolinea “quando ascolta la coscienza morale, l’uomo prudente può sentire la voce di Dio che gli parla”. Chiaramente la “voce di Dio” è argomento che non sfiora il positivista giuridico, ma per Acocella il solo richiamo al giuspositivismo non è di per sé esaustivo. Questa, tuttavia, è la questione che richiama il grande concetto di diritto naturale, espunto dalle costituzioni moderne, ma “spettro” sempre ricorrente nelle riflessioni dei giuristi, quando concetti come coscienza o dignità trovano sì riconoscimento nelle Carte costituzionali, ma non il loro ultimo fondamento.

Nicola Russomando

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