NovaetveteraIl dotto insegni, il capace governi: la prova «gregoriana» del nuovo arcivescovo di Salerno

Nicola Russomando Nicola Russomando04/05/2019279

La nomina di Andrea Bellandi, vicario generale della diocesi di Firenze, docente di teologia dogmatica presso la Facoltà teologica dell’Italia centrale, ad Arcivescovo di Salerno segna un momento di rottura nella storia recente dell’arcidiocesi e, in generale, è conferma di una svolta nella politica delle nomine episcopali seguita per l’Italia.
Dalle colonne di “Eolo” si è avuto modo di anticipare che difficilmente per Salerno si sarebbe seguito il consolidato andazzo di un vescovo spostato da una diocesi minore ad una maggiore, semmai per cooptazione, e, come nel caso in questione, a capo di una metropolia per cui il suo titolare presiede ad una provincia ecclesiastica. E Salerno annovera come sue sedi dipendenti, suffraganee, come si dice in gergo, Amalfi-Cava, Nocera-Sarno, Teggiano-Policastro, Vallo della Lucania e l’abbazia territoriale della SS. Trinità di Cava. Mons. Bellandi da sacerdote per entrare in possesso della sua nuova carica dovrà ascendere alla dignità episcopale mediante consacrazione che gli sarà conferita di sicuro dal suo attuale vescovo, il cardinale Betori, e nella solenne cornice di S. Maria del Fiore all’ombra della cupola del Brunelleschi.

Ulteriore novità è che ad ascendere alla cattedra di S. Bonosio, primo vescovo di Salerno, è un teologo e, almeno dai tempi di Girolamo Seripando, dall’aureo ‘500, non si è visto un vescovo rivestito di tale qualità. È pur vero che sempre da queste colonne si richiamava l’adagio gregoriano in tema di nomine per cui “il dotto insegni e il capace governi”, ma, a volersi riportare proprio al precedente di Seripando, protagonista primario del concilio di Trento, pochi come questi hanno saputo coniugare capacità di governo ad acume teologico. E il teologo Bellandi anche sotto questo aspetto si accredita per una versatilità non comune. Se, come è stato presentato, è uno studioso della teologia di Joseph Ratzinger, dunque di un teologo contemporaneo, non ha disdegnato di confrontarsi neppure con Roberto Benigni nel commento alle sue Lecturae Dantis, per cui il guitto toscano si è imposto per il recupero dell’ispirazione anche popolare della Commedia.
Tuttavia, Bellandi è primariamente teologo d’ispirazione ratzingeriana, al cui maestro ha dedicato gran parte della sua produzione accademica sin dalle scaturigini di quella ricerca, da ritrovarsi nel confronto con il francescano Bonaventura da Bagnoregio. E se a Salerno, tra i teologi dogmatici, c’è chi confina la propria ricerca entro i limiti temporali del XIX secolo, la scelta di Bellandi è conferma all’opposto del continuo dinamismo del pensiero teologico.

Nell’ultimo seminario da lui promosso nell’anno in corso alla facoltà teologica, oggetto di studio è stato -non a caso- “Lo spirito della liturgia di Ratzinger”. Ratzinger ha dedicato all’argomento un saggio fondamentale, pubblicato nel 1999 e oggi confluito nell’XI volume dell’opera omnia, intitolato “Introduzione allo spirito della liturgia”. In quella sede il teologo bavarese intendeva riprendere la riflessione di un omonimo saggio di Romano Guardini del 1918 che apriva di fatto la stagione del movimento liturgico, matrice originaria del concilio Vaticano II.
Nell’introduzione, riprendendo un’immagine della Repubblica di Platone, trasmigrata anche in quella ciceroniana, della liturgia come di un affresco, considerando i maldestri interventi di restauro intervenuti con riforme dal 1965 in poi, il futuro Benedetto XVI scriveva: “A causa dei diversi errati tentativi di restauro o di ricostruzione, nonché per il disturbo arrecato dalla massa dei visitatori, questo affresco è stato messo gravemente a rischio e minaccia di andare in rovina, se non si provvede rapidamente a prendere le misure necessarie per porre fine a tali influssi dannosi”.
Analisi impietosa che oggi dal piano squisitamente liturgico, pur così centrale nella riflessione di Ratzinger, si estende a tutta la Chiesa. E se Andrea Bellandi ne ha fatto materia di studio è segno che ne condivide anche la centralità nel discorso teologico generale. Sicché, mentre Moretti in una pubblica conferenza richiamava la novità conciliare a suo tempo vissuta da studente sotto il segno dell’abbandono dei ponderosi manuali di filosofia tomista per più agili fotocopie, nel suo successore è la Chiesa della generazione post-conciliare l’oggetto primario di studio e ora di cura pastorale. Cura pastorale da Arcivescovo metropolita di Salerno.

Nicola Russomando

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