OmissisParentele scomode: evento M5S nel caseificio della camorra

La Direzione distrettuale antimafia di Salerno ha stretto ieri il cerchio attorno all’ennesimo, ancorché presunto, grumo criminale che affligge ampi pezzi di territorio italiano, specie al Sud. Con le accuse di corruzione e istigazione aggravata alla corruzione, detenzione e porto illegale di armi da sparo clandestine, ricettazione e turbata libertà degli incanti aggravata dal metodo mafioso, sono stati raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare Emilio Vastarella, direttore provinciale dell’Agenzia delle Entrate di Salerno, Gianluca La Marca, noto imprenditore caseario della Piana del Sele e amministratore del caseificio “Tre Stelle” di Eboli, Giovanni Maiale, ex collaboratore di giustizia già capo di un sanguinario clan di camorra legato all’ex Nuova Famiglia.

Il dirigente pubblico dell’Agenzia avrebbe favorito l’imprenditore, da tempo nel mirino degli investigatori, in relazione ad alcune pendenze col fisco in cambio di regali ed altre utilità, come si dice in giuridichese: all’uomo sono infatti stati ritrovati alcuni preziosi ricevuti in regalo da La Marca per sconti e facilitazioni tributarie.

Al titolare del “Tre Stelle” vengono poi contestate condotte intimidatorie in danno di altre imprese di settore interessate all’acquisto all’asta di aziende in liquidazione o fallite, in alcuni casi costrette a ritirarsi dalle udienze del pubblico incanto di fronte alla minaccia di “personale specializzato”. In questo caso di Giovanni Maiale, che dopo aver per circa 23 anni vissuto al nord con la protezione legale riconosciuta ai “pentiti” e, alla fine, incassato pure una bella liquidazione dallo stato (tecnicamente si chiama «capitalizzazione del collaboratore di giustizia») di diverse centinaia di migliaia di euro, è ritornato a fare quel che ha sempre fatto, per giunta negli stessi luoghi di prima. Insomma, un classico dei “buchi” del sistema di gestione dei pentiti, del quale si parla sempre troppo.

Accanto a tutto ciò si inserisce anche la circostanza che l’imprenditore arrestato ieri e al centro di tutta la vicenda è cugino diretto (figli di due sorelle) del deputato 5 Stelle eletto in zona, Cosimo Adelizzi, del quale media e social hanno recentemente parlato per un emendamento presentato dal parlamentare per la riduzione dell’ accisa sulle bibite e sulla birra, con conseguente (potenziale) conflitto di interessi: la famiglia Adelizzi ha, infatti, da anni un’azienda operante nel settore.
Va precisato che il deputato è estraneo all’inchiesta, così come, ovviamente, il reato di parentela non esiste.
Dove la cosa si presenterebbe fastidiosa, in ossequio ad un’impostazione culturale assai praticata dall’universo grillino, è nel fatto che Adelizzi ha organizzato iniziative politiche ed elettorali all’interno del caseificio “Tre Stelle” (linguistica beffa del destino), raccogliendo –presumibilmente- voti e consensi, in un contesto che da tempo era nel mirino di vari organismi inquirenti. Come quella del 23 febbraio 2018, pochi giorni prima di essere eletto.
Una giornata di piccole rogne, dunque, quella di ieri per i 5S campani: a Napoli, udienza penale per calunnia a carico di un ex collaboratore del senatore Giarrusso; a Salerno, i primi «schizzi di fango» con lo scomodo caso di Adelizzi. 
*dal quotidiano Libero 

Peppe Rinaldi

Peppe Rinaldi

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