NovaetveteraMessa in latino, tra “restaurazione progressista” e inutile lotta contro Dio

Nicola Russomando Nicola Russomando25/01/2019304

Secondo un consolidato adagio, confermato dalla storia, i veri rivoluzionari finiscono per essere coloro che sono etichettati come conservatori. Così è per il pontificato di Benedetto XVI che, tra le sue rivoluzioni, ne ha segnata una decisiva: la liberalizzazione del rito antico con il motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007. Non si cesserà mai di sottolineare che la rivoluzione in esso contenuta è rappresentata dall’inaudita novità di una richiesta dal basso, dai fedeli, della forma del rito, un principio di democrazia – se è lecito far ricorso a tale “scivoloso” termine in materia ecclesiale – che di fatto sottrae ai vescovi l’arbitrio della concessione. Ed è singolare come il fronte progressista all’inverso, per bocca del suo liturgista più accreditato, il laico Andrea Grillo, gridi allo scandalo, ad “una sensibilità liturgica da multisala cinematografica” nello sforzo di demolire la rivoluzione benedettiana.


Tuttavia, queste corrive prese di posizione sembrano trovare avallo in papa Francesco, il quale, con un suo motu proprio del 19 gennaio scorso, ha soppresso la pontificia Commissione Ecclesia Dei che all’esatta applicazione del rito antico era stata deputata. Nata nel 1988 all’indomani dello scisma di Lefebvre, per volontà di Giovanni Paolo II avrebbe dovuto favorire il rientro degli scismatici nella Chiesa anche mediante una più generosa concessione del rito antico ai fedeli legati alla tradizione liturgica. Con Summorum Pontificum le sue competenze erano state ampliate essendo stata deputata a sorvegliare circa l’applicazione del motu proprio soprattutto innanzi alle prevedibili difficoltà frapposte dai vescovi.

Ecclesia Dei adflicta è l’incipit del motu proprio di Giovanni Paolo II, cui Andrea Grillo, da par suo, contrappone “l’afflizione” che la pontificia commissione avrebbe rappresentato per i vescovi, espropriati delle loro funzioni di “liturghi”. Ora che è stata soppressa e il suo responsabile, mons. Guido Pozzo, è stato dirottato sulle questioni contabili del coro della Cappella musicale pontificia, i detrattori di Summorum Pontificum possono trarre un sospiro di sollievo. Tanto più alla luce del dettato di papa Francesco che, a motivazione del provvedimento, adduce le questioni dottrinali del dialogo con i lefebvriani di competenza della Congregazione della Dottrina della Fede, cui sono trasferite le competenze del disciolto organismo.
Sembrerebbe, dunque, che Ecclesia Dei si sia occupata in undici anni di questioni solo dottrinali, laddove la sua più incisiva azione è stata sul fronte disciplinare. Lo si è visto bene anche a Salerno, dove, innanzi ad un quesito sulla celebrazione il sabato sera con valore prefestivo ma con l’ufficio proprio della messa della domenica successiva, la Commissione ha giudicato sempre vincolanti le rubriche, ovvero le istruzioni, previste dal Messale preconciliare per quel determinato giorno, pur nel pieno assolvimento del precetto festivo in nome dell’unità di disciplina giuridica della messa. Dunque, un’azione eminentemente disciplinare quella di Ecclesia Dei in favore del rito antico e vero baluardo all’ostruzionismo dei vescovi, specie italiani, che anche all’ultima assemblea generale, dovendo varare la III edizione in lingua corrente del nuovo Messale con relativo adattamento di “Gloria” e “Padre nostro”, hanno rilanciato i loro strali su Summorum Pontificum. Così vi è stato chi tra essi nella discussione ha voluto riportare la propria esperienza, con la scelta di un sacerdote delegato al rito antico in veste di “guardiano” dei fedeli e con mandato di celebrazione cadenzata, semmai quindicinale e mai coincidente con le maggiori solennità. Soluzione obbligata per chi è mosso da tali preclusioni, cui però è di riscontro in qualche caso un atteggiamento altrettanto miope da parte di taluni aderenti al rito antico, contesi tra improbabili nostalgie storiche e visioni apocalittiche della storia.

24/12/2012 Vaticano. Messa di Natale, nella foto Papa Benedetto XVI

Non è stato mai questo l’autentico spirito della rivoluzione benedettiana, il cui leit motiv poggia al contrario sul presupposto che “ciò che è stato sacro e santo per intere generazioni, non può all’improvviso diventare dannoso ed essere addirittura vietato”. Lungimiranza di visione teologica di una delle menti più elevate del XX secolo, cui non ha corrisposto sempre un’adeguata risposta da parte della Chiesa e di molti tra gli stessi sostenitori del rito antico.
Tuttavia, la rivoluzione è destinata a resistere ad ogni tentativo di soffocarla anche ai più alti livelli. Come si legge negli Atti degli Apostoli, di fronte al dilagare della “eresia” cristiana pur dopo la morte di Cristo, il consiglio di Gamaliele, stimato dottore della legge, ai membri del Sinedrio fu di lasciare liberi gli apostoli perché, se la loro opera veniva dagli uomini, si sarebbe dissolta, ma, se veniva da Dio, nulla avrebbe potuto dissolverla. Così è da dire del rito antico che in undici anni di liberalizzazione ha conosciuto diffusione esponenziale specie in contesti segnati da forte laicismo e tra le più giovani generazioni, anche di sacerdoti, alla ricerca del senso autentico del sacro. Vale la pena ricordare che “sacro” condivide il suo etimo tanto con “secare”, separare, quanto con “sequi”, seguire. Dunque, il sacro ha come effetto di separare dal profano postulando in pari tempo una sequela in termini di adesione. Quanto più con il latino e con le forme e la gestualità del rito antico che sono plastica riconduzione allo spazio proprio del sacro, sottratto al fluire del tempo ma non estraneo alle scansioni del tempo, il terreno su cui – parola di Gamaliele – non è auspicabile ritrovarsi come “theomáchoi”, a lottare inutilmente contro Dio.

Nicola Russomando

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