NovaetveteraPietà popolare a Pagani: l’incrocio tra sant’Alfonso e Paolo VI

Nicola Russomando Nicola Russomando03/12/201871

La recente canonizzazione di Paolo VI il 14 ottobre ha rinfocolato le polemiche intorno alla sua figura. Polemiche tutte interne alla Chiesa tra i suoi estimatori, tra cui si annovera Francesco, che ne ha voluto l’iscrizione al catalogo dei santi, e i suoi detrattori in buona parte coincidenti con la galassia dei tradizionalisti. Senza dubbio, è difficile operare un giudizio di sintesi sul pontificato di Giovanni Battista Montini, papa dal 1963 al 1978, stretto com’è tra la conduzione del concilio Vaticano II e la sua recezione nella Chiesa. Quindici anni strategici per il cattolicesimo in cui si sono consumate le più grandi trasformazioni non solo delle sue forme, ma anche dei contenuti, al di là e contro la stessa lettera dei documenti conciliari e, di certo, contro le intenzioni e la volontà di Paolo VI.

Tuttavia, vi è un aspetto di Giovanni Battista Montini che ne ha condizionato anche l’azione come papa: una certa dimensione intellettualistica attraverso la quale è passato l’approccio alla realtà. Intellettuale raffinato, aduso alla lettura di Maritain e Mounier, ha coltivato sin dagli anni giovanili una visione umanistica della storia che ha trovato sbocco anche al concilio. Una prova di ciò la si desume dall’analisi che il giovane Montini compie nel 1927, in visita a Pagani, sulle forme della devozione popolare per s. Alfonso. Alfonso Maria de’ Liguori, “il santo del secolo dei Lumi”, è un gigante della storia della Chiesa, fondatore di tutta una scuola di teologia morale oltreché della congregazione religiosa dei Redentoristi, missionario delle cosiddette “Indie interne”, ovvero di quelle zone dell’Europa cristiana che a distanza di oltre un millennio erano ancora carenti di un’autentica formazione religiosa. L’Italia meridionale in particolare dove il santo, “facendo sacrificio della città di Napoli”, sceglie per suo quartier generale la “procoja” di Pagani, ancor oggi sede della casa-madre dei Redentoristi.

Ebbene, il futuro Paolo VI da Pagani così scrive ai suoi familiari, di estrazione borghese, a Brescia: “A Pagani ho potuto celebrare la messa sulla tomba di S. Alfonso Maria de’ Liguori, della cui memoria e della cui tradizione queste popolazioni vivono un po’ come le nostre di quelle di S. Carlo; vi è tuttavia un’esteriorità così fanciullesca, così disadorna, nelle sue goffe apparenze che non lascia ad un forestiero valutare, senza sforzo di buona volontà, buona parte delle forme religiose di queste popolazioni”. Un giudizio netto, che attinge in buona sostanza a pregiudizio mediato, com’è, da intellettualismo. Al giovane prete bresciano, addetto alla Segreteria di Stato vaticana, sfugge la complessa stratificazione della religiosità del Mezzogiorno pur filtrata da “forme fanciullesche e disadorne”.

Indirettamente, un altro intellettuale cattolico, il sacerdote lucano Giuseppe De Luca, fondatore della casa editrice Edizioni di Storia e Letteratura e della collana “Storia della pietà popolare”, così replica in un articolo de L’Osservatore Romano del 16 luglio 1933: “Talune fra le abitudini più sante e più dolci delle plebi cristiane nel Mezzogiorno d’Italia, si devono a lui (a s. Alfonso ndr.). Ricordo, di persona, quel che sino a qualche anno fa era la meditazione letta dal parroco, tutte le mattine, alla messa prima dell’alba per gli uomini e le donne che dovevano avviarsi ai campi. Meditazioni stupende, che dai libri del Santo scendevano pari pari a imprimersi nel cuore dei fedeli”. Dunque, la diversa estrazione culturale e sociale di due intellettuali cattolici degli anni Trenta – contadina quella di De Luca, borghese quella di Montini – fa velo al secondo per una lettura obiettiva della religiosità popolare a Pagani e in generale nel Mezzogiorno. Questo approccio si rivelerà il tratto distintivo di Montini e ne influenzerà anche l’azione come Pontefice della Chiesa universale.

A riprova di ciò, la sua riforma della liturgia con l’edizione del Messale del 1970, che ne porta anche il nome. Riforma che viene letta come scissura, spaccatura, tra un “prima” e un “dopo” nella lex orandi della Chiesa con la corrispondente scissura nella lex credendi. Perché nella Chiesa cattolica quel che si prega deve corrispondere a quel che si crede. La questione è troppo complessa per poter essere trattata nello spazio di un articolo, ma, a distanza di cinquant’anni, con la pubblicazione delle memorie di Louis Bouyer, membro autorevole della commissione incaricata della riforma liturgica, protestante convertitosi da ragazzo al cattolicesimo essendo stato “folgorato” dai riti del Triduo pasquale secondo l’antica liturgia, si è in grado di valutare meglio i modi in cui fu essa concepita. E da questa fonte si viene a sapere che l’artefice principale fu il presidente della commissione Bugnini, che, giocando su due tavoli, contrappose papa a commissione ottenendo il risultato a lui più gradito sulla base di un approccio meramente tecnico e intellettualistico. Quanto nell’antica liturgia era mistero, teologicamente come soglia di non-comprensione intellettuale, affidato al segno e al gesto, veniva squadernato ad un’interpretazione razionalistica che fa della messa un’assemblea di fedeli sotto la presidenza di un sacerdote-celebrante. Tutte nozioni che si ritrovano nell’istruzione generale al Messale Romano, poi tradotto dal latino e adattato alle più svariate lingue. Ed ora che ne è annunciata una III edizione italiana si propone anche un nuovo “Padre nostro”!

Che Paolo VI non sia stato pienamente soddisfatto della sua stessa riforma è dimostrato dal fatto che relegò Bugnini in esilio a Teheran come nunzio senza mai concedergli la porpora cardinalizia. Tuttavia, la riforma fu da lui voluta, al di là della stessa lettera della Costituzione del concilio in materia molto più restrittiva, circostanza che fa proclamare a Melloni. storico della scuola bolognese, che tutto il Vaticano II è una riforma in building, in continuo divenire, in nome di una specie di “evoluzionismo della fede”.
Sarebbe ingiusto ridurre Paolo VI alla sua riforma liturgica, seppure, su questo terreno, se ne misura tutta l’incidenza. Ne fu consapevole lui stesso, quando nella sua ultima omelia nel XV anniversario della sua incoronazione, il 29 giugno 1978 memoria dei SS. Pietro e Paolo, così ammoniva quanti, intellettualisticamente, sconvolgevano le verità della fede: ”Li avvertiamo paternamente: si guardino dal turbare ulteriormente la Chiesa; è giunto il momento della verità, e occorre che ciascuno conosca le proprie responsabilità di fronte a decisioni che debbono salvaguardare la fede, tesoro comune che il Cristo, il quale è Petra, è Roccia, ha affidato a Pietro, Vicarius Petrae, Vicario della Roccia, come lo chiama San Bonaventura”. Solenne monito che, forse, intende fare giustizia delle conseguenze di tutto un approccio intellettualistico alla dimensione della fede, di cui il giovane Montini aveva dato prova già nel 1927 sulla tomba di s. Alfonso a Pagani. E se, come dichiarò Giovanni Paolo II per la beatificazione di Pio IX, la canonizzazione di un papa non comporta la canonizzazione di tutti i suoi atti, così non ogni atto di Paolo VI risulterà per ciò stesso “canonizzato”.

 

Nicola Russomando

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