NovaetveteraFede, dottrina e quell’ansia di piacere al mondo: Mons. Schneider a Salerno

Nicola Russomando Nicola Russomando25/05/2017933

Mons. Athanasius Schneider (nella foto), vescovo titolare di Celerina e ausiliare della metropolia di Maria Santissima in Astana nella repubblica del Kazakhstan, è noto come uno dei vescovi che si è espresso palesemente a favore dei dubia presentati da quattro cardinali a papa Francesco in merito al controverso capitolo VIII dell’esortazione post-sinodale Amoris laetitia. I dubia dei cardinali, a cui Francesco non ha dato risposta, concernono questioni di dottrina legate al dibattito sulle aperture che il documento papale riconosce alle coppie di divorziati e risposati o comunque conviventi in merito alla possibilità di accedere alla comunione sacramentale.

Tale facoltà, negata sia dalla Familiaris consortio di Giovanni Paolo II nel 1981 sia dalla più recente Sacramentum caritatis di Benedetto XVI del 2006, costituisce il punto di rottura, a giudizio di chi ha formulato i dubia, con l’insegnamento costante della Chiesa cattolica in materia matrimoniale già sulla base della testimonianza concorde dei passi evangelici in Marco 10 e Matteo 19.

Mons. Schneider, nella sua visita a Salerno domenica 21 maggio, a margine della sua partecipazione alla presentazione di un libro, ha dato conferma della sua omiletica “politicamente scorretta”, ma così aderente al sic sic, non non del Vangelo, qualità di chi ha sperimentato l’essere cattolico in una frazione territoriale di quello che fu l’impero sovietico con il suo ateismo di Stato.

L’occasione di un tale intervento è stato offerto al presule dalla celebrazione in rito antico che ha tenuto nell’oratorio di S. Pietro in Vincoli, luogo deputato a Salerno per la messa tridentina. Al centro delle riflessioni di Schneider proposte al “piccolo gregge” dei fedeli del rito antico la salvaguardia della fede cattolica dalle adulterazioni dello spirito dei tempi. “Conserva intatta la fede e ti sarà data la corona di giustizia”: questo refrain ha accompagnato un’omelia che ha delineato il rapporto problematico tra la Chiesa e la contemporaneità, ove è facile la tentazione di cedere alle mode del mondo. Così è apparso significativo che nell’omelia fosse richiamato testualmente il discorso che Pio XII pronunciò nel 1949 ai fedeli romani in occasione della messa di espiazione per la condanna all’ergastolo del cardinale Mindszenty, arcivescovo di Budapest e primate di Ungheria, all’indomani di un processo-farsa istruito dal governo comunista. Papa Pacelli, in quella temperie storica, denunciava come lo Stato totalitario volesse nell’ordine: “una Chiesa che tace, quando dovrebbe parlare; una Chiesa che indebolisce la legge di Dio, adattandola al gusto dei voleri umani, quando dovrebbe altamente proclamarla e difenderla; una Chiesa che si distacca dal fondamento inconcusso sul quale Cristo l’ha edificata, per adagiarsi comodamente sulla mobile sabbia delle opinioni del giorno o per abbandonarsi alla corrente che passa; una Chiesa che non resiste alla oppressione delle coscienze e non tutela i legittimi diritti e le giuste libertà del popolo; una Chiesa che con indecorosa servilità rimane chiusa fra le quattro mura del tempio, dimentica del divino mandato ricevuto da Cristo: Andate sui crocicchi delle strade ( Mt. 22, 9); istruite tutte le genti (Mt . 28, 19)”.

La ripresa di espressioni come “l’adattamento della legge divina ai voleri degli uomini”, o “il comodo adagiarsi della Chiesa sulle sabbie mobili delle opinioni del giorno e sulla corrente transeunte”, spogliate del loro originario contesto storico, la Chiesa del silenzio sotto regime comunista, è rivelatoria di un disagio che si avverte questa volta all’interno della Chiesa cattolica e non per il persecutore esterno di turno. Che sia poi un vescovo, e anche autorevole, a denunciarlo accresce l’impressione di due diversi sentire, che, se non integrano una vera e propria divisione, heresis in greco, sono comunque indice di una tensione tra chi propone la dottrina di sempre e chi in nome della misericordia offusca le esigenze della carità nella verità. E perché non ci fossero dubbi sulla valenza di certe affermazioni, Schneider ha ricordato anche S. Basilio Magno e una sua omelia sull’eresia ariana che scosse la Chiesa nel IV secolo. Allora in ballo vi era la questione della natura divina di Cristo e, laddove i più all’interno della Chiesa avevano ceduto alle opinioni eretiche di Ario anche per opportunismi politici, poche voci si levarono in difesa dell’ortodossia, tra cui quelle di Basilio e di Atanasio di Alessandria. Quest’ultimo in particolare viene ricordato come colui che difese la verità, pressoché isolato, anche subendo feroci persecuzioni e persino in contrasto con Roma, allora indulgente nei confronti degli ariani.
Non sarà stato neppure un caso che al vescovo Schneider è stato imposto all’atto della professione religiosa per i Canonici regolari della S. Croce il nome di Atanasio. “Nomen omen”: nel nome il presagio, come con una paronomasia, con un gioco di suoni e di parole, ci ricordano gli antichi romani.

 

Nicola Russomando

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