Alle radici del tutto: il "silenzio adorante" della messa in latino a Salerno

Alle radici del tutto: il "silenzio adorante" della messa in latino a Salerno

Se si volesse indicare una cifra per descrivere la Messa in latino secondo il rituale di Paolo VI, il cosiddetto “Novus Ordo”, che si celebra da qualche tempo nella cattedrale di Salerno l’ultima domenica del mese, questa sarebbe “la gioia”. E non è fuori luogo fare ricorso a questa categoria visto che, Benedetto XVI in persona, da teologo e da liturgista, poneva un versetto del libro di Neemia 8, 10 -“La gioia del Signore è la nostra forza”- come introduzione alla pubblicazione italiana del primo volume della sua opera omnia sulla teologia della liturgia. Merito dell’attuale parroco della cattedrale, D. Michele Pecoraro, la cui passione per la musica e per il canto è all’origine della scelta a suo modo coraggiosa di recuperare il patrimonio musicale gregoriano a fini liturgici da inserire nel quadro di una messa celebrata nella forma tipica latina. Iniziativa che vede la cattedrale primaziale di Salerno affollata di fedeli, tutti partecipi del Mistero che vi si celebra, aiutati anche dai formulari testo a fronte, non certo da spettatori passivi, come reclamato dallo stesso D. Michele. Una cattedrale che, anche per questa via e grazie alla celebrazione capitolare dei suoi canonici, si riscatta dal giudizio che, solo qualche anno fa, Camillo Langone nella sua “Guida delle Messe in Italia”, ebbe ad esprimere in termini non certo lusinghieri. La felice intuizione di D. Pecoraro è del resto legata ad una più ampia riscoperta delle radici e delle tradizioni religiose, come ha annunciato per la celebrazione della traslazione delle spoglie di S. Matteo a Salerno il 6 maggio, evento preceduto da conferenze storico-esegetiche e culminante nella processione del braccio dell’Apostolo da Portanova alla cattedrale con le delegazioni dei Comuni che videro il transito delle reliquie dal Cilento a Salerno nel 954.

Si diceva della gioia della celebrazione in latino. Effettivamente l’intensità della messa del 30 aprile, anche per la presenza delle spoglie mortali di S. Bernardetta Soubirous, rende giustizia del pregiudizio che vede il latino confinato nel ghetto dell’archeologia, adatto al più a nostalgici, non come lingua vitale di una Chiesa che lo ha fatto proprio nella fedeltà alla sua tradizione e nella necessità di una forma sottratta al fluire del tempo. Eppure a Salerno si fa esperienza da più di un anno anche della Messa latina secondo il “Vetus Ordo”, meglio conosciuta come “messa tridentina”. La lingua è la stessa, il rituale parzialmente diverso nella misura in cui la partecipazione a questo è mediata dal “silenzio adorante” specie nel canone della consacrazione recitato “submissa voce”, a voce bassa, dal sacerdote. Forma ordinaria e straordinaria dell’unico rito romano, secondo la felice formula di Benedetto XVI, la cui unitarietà meglio ancora si comprende con la celebrazione in latino della Messa di Paolo VI. S. Girolamo, grande traduttore latino della Bibbia, soleva ripetere che il Nuovo Testamento è nascosto nel Vecchio, il Vecchio risplende nel Nuovo. Adattando la massima alle due forme del rito romano, si può ben direnovus ordo in vetere latet, vetus in novo patet”. Vi è solo da dire che un persistente, quanto ingiustificato, sospetto di tradizionalismo accompagna la Messa tridentina, un sospetto alimentato anche dalla collocazione di essa la domenica alle 7,30 del mattino a cadenza quindicinale presso l’oratorio di S. Pietro in Vincoli a Portanova. L’iniziativa della cattedrale può contribuire a “riconciliare” le due forme del rito, nella misura in cui non è l’immediata comprensione della lingua a costituire il discrimine della partecipazione, ma l’intensità della celebrazione mediata da una lingua, il latino, che eleva verso l’alto i fedeli, rivolti al Signore, conversi ad Dominum.

Allora meglio si comprende quello che Benedetto XVI auspicava nel dare alle stampe il suo volume sulla liturgia: “Possa tutto questo contributo far sì che la liturgia venga compresa in modo sempre più profondo e celebrata degnamente. La gioia del Signore è la nostra forza”. Gioia del Signore che diventa forza dei fedeli come nella cattedrale di Salerno per una celebrazione in latino vissuta con piena partecipazione e accompagnata dalle solenni note del canto gregoriano e sotto la gioiosa direzione di D. Michele Pecoraro.

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