Eboli: il terremoto si ferma all'ospedale

Eboli: il terremoto si ferma all'ospedale

Per mettere in sicurezza l'ospedale servono 1,7 milioni di euro, ma l'Asl ne spende 1,5 per trasferire un solo reparto. E se crolla tutto? Qualcuno ci aiuti a decifrare alcuni codici di condotta utilizzati dall’Asl di Salerno nel secondo anno dell’era De Luca, quella del «Cambiare tutto». 

 

 

Allora: si delibera, da una parte, che l’ospedale “Maria Santissima Addolorata” di Eboli è a rischio sismico elevato, nel senso che ove mai si verificasse un terremoto di ordinaria intensità l’edificio verrebbe giù; e si delibera, dall’altra, il trasferimento di un reparto in un’ala diversa. Già questo, sic et simpliciter, colpisce l’osservatore in quanto la logica di una manovra del genere in un contesto «compromesso» diventa sfuggente. Se vi aggiungiamo che per sistemare il primo problema (adeguamento antisismico) servono 1 milione e 700mila euro e per il secondo (il trasferimento del reparto) circa 150mila euro in meno, quella stessa logica da sfuggente si fa imperscrutabile. Almeno per noi.


Ricapitoliamo. Il 2 agosto scorso gli uffici di via Nizza liquidano 38.500,24 euro a saldo di uno studio tecnico di Caserta (Aires-Ingegneria), che aveva redatto il piano di intervento per far fronte alla sacrosanta necessità di adeguare l’ospedale in caso di terremoto. La delibera è la n. 754 ed è firmata dai vertici della sanità pubblica salernitana, il direttore generale Antonio Giordano, quello amministrativo, Antonella Tropiano e quello sanitario Maria Vittoria Montemurro. Nel groviglio del burocratese tipico di ogni atto pubblico, denso di «premesso che», «rilevato che», «considerato questo» e «ritenuto quello», si capisce che -testuale- «…risultano necessari interventi di adeguamento sismico idonei a creare la capacità di assorbimento delle azioni orizzontali, a correggere le deficienze intrinseche dello schema strutturale e a riportare i coefficienti di sicurezza nei limiti previsti dalla normativa vigente» e soprattutto che «tali interventi conducono ad una spesa complessiva di 1.700.000,00 euro di cui 220.000 per le spese di progettazione, Iva inclusa». Le parole sono importanti, come diceva un mesto e a volte comico regista-attore romano: se una cosa è definita “necessaria” significa che non se ne può fare a meno, quindi adeguare il vecchio ospedale e il corpo ovest del plesso ospedaliero di Eboli diventa la priorità. Se bisogna riportare tutto nell’ambito “della normativa vigente in materia”, significa che ad ora la struttura è fuori legge.


Bene. Il punto è che poco meno di due mesi e mezzo dopo nello stesso Albo pretorio dell’azienda sanitaria troviamo un’altra deliberazione (n. 991 del 26/10/2017), firmata dal medesimo trittico dirigenziale, con oggetto “Lavori di ristrutturazione del reparto Utic, dell’Emodinamica e delle degenze di Cardiologia in luogo dell’ex gruppo parto e degenza di Ostetricia e Ginecologia del P.O. Maria SS.ma Addolorata- Approvazione progetto esecutivo”. Traduzione: bisogna fare dei lavori di ristrutturazione del vecchio reparto di ginecologia, giustamente chiuso da tempo per carenza di domanda -l’inverno demografico che sta uccidendo tutti noi passa pure attraverso queste cose- per sistemarvi la cardiologia. Cosa buona e giusta, in linea di principio. Per farlo occorre danaro, inutile dirlo, e la spesa che l’Asl inserisce nel proprio piano di interventi triennale ammonta a 1.530.322,63 euro. I costi di progettazione, già calcolati ed affidati ad un ingegnere (Niggio Bonadies), sono inferiori ai 40 mila euro, soglia fissata per legge per evitare la ricerca pubblica dell’offerta ed affidare direttamente la questione in mano a persone individuate, scelte secondo logiche di ogni tipo. Nulla quaestio, non è questo ciò che conta, non ora almeno. Conta invece che mentre da un lato si certifica nero su bianco che per mettere in sicurezza l’ospedale dal rischio terremoto occorrano 1,7 milioni di euro e senza dar seguito contestuale ed immediato a lavori che oggettivamente sarebbero prioritari rispetto a tutto, dall’altro si impegna una somma di poco inferiore (1,530mila euro) per trasferire un reparto da un piano all’altro. Sarebbe un po’ come dire: la mia casa rischia di venir giù se dovesse verificarsi un sisma e, dunque, per stare tranquillo devo spendere 10 euro. Ne spendo invece 8,5 per portare la sala da pranzo in mansarda. Lasciando la casa nelle stesse condizioni. E se crolla? Non avendo noi capito la logica di tutto ciò, siamo indotti a pensare che all’Asl credano che certe cose accadano solo agli altri. Non succede che non succede: ma se succede?
dal quotidiano "Le Cronache" del 9 ottobre 2017

 

 

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