Emergenza umanitaria: centinaia senza tetto

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EBOLI-
A quarantotto ore dal maxi blitz nel ghetto di San Nicola Varco nella piana del Sele, di fatto militarizzata all'indomani dello sgombero degli extracomunitari ospitati, domina una calma apparente. Tutto tace e nulla si muove, se non le 18 pattuglie messe in campo da carabinieri e polizia che da ore e senza sosta perlustrano l'area e presidiano il sito posto sotto sequestro. E' come se istituzioni e società civile, finanche gli organi di stampa (a parte quelli locali) non si fossero accorti, se non ora, dell'immane fardello che da circa un decennio ingabbia l'economia e lo sviluppo dell'intero bacino del Sele e a fatica oggi tentano di porvi rimedio con iniziative avventate e personali, ma che di fatto non portano lontano.
Superficialità e indifferenza sono atteggiamenti ricorrenti nell'affrontare questa "diaspora" annunciata da tempo e che coinvolge all'incirca 900 senza tetto. Sentimenti contrastanti sulle modalità adottate per lo sgombero dividono tanto la pubblica opinione quanto le autorità civili, che in queste ore si trovano a dover fronteggiare una situazione paradossale: Liberata finalmente dopo oltre un decennio dai clandestini l'area dell'ex mercato ortofrutticolo di San Nicola Varco, ora non si può far altro che voltarsi dall'altra parte difronte alla richiesta di aiuto di quanti da mercoledì scorso non hanno neanche più una coperta o una baracca in lamiera per difendersi dai primi freddi di un inverno ormai alle porte.

S.Nicola5Pochi osano commentare quanto accaduto, è argomento assai spinoso, ma fa riflettere quanto siano oggi impreparate le istituzioni dinanzi non tanto allo sgombero coatto effettuato dalla magistratura, che ha inviato ad Eboli oltre 60 mezzi blindati e 650 uomini, suddivisi in turni da tre, tra carabinieri, polizia, guardia di finanza, unità cinofile, il tutto monitorato dall'alto a bordo di un elicottero, quanto ad un'emergenza umanitaria di vaste proporzioni, sebbene la presenza di questa bidonville fosse largamente risaputa e tollerata. Oltre un migliaio di immigrati africani occupavano abusivamente i ruderi dell'ex mercato ortofrutticolo, un'opera incompiuta costata svariati miliardi di vecchie lire e mai inaugurata, uno scheletro che con il mutare delle stagioni si è trasformato in ricovero di fortuna per soddisfare soprattutto le esigenze di un'economica agricola sempre più in crisi per carenza di "forza lavoro". Ci si è così legati a doppio filo con il dilagante fenomeno della clandestinità e del "lavoro nero", ma tutti erano consapevoli che non sarebbe durato a lungo questo sistema di caporalato diventato ormai la regola per le centinaia di aziende disseminate sul territorio. Prima o poi qualcuno sarebbe intervenuto per rispedire a casa "gli intrusi". E lo sfratto è avvenuto, seppur con dieci anni di ritardo e che nasce da un provvedimento dell'autorità giudiziaria: sequestro preventivo per "ragioni di igiene e di tutela della salute".

Ma il caso ha voluto mercoledì mattina che ad essere "acciuffati" dallo Stato italiano fossero appena un centinaio di extracomunitari, rispetto ai circa mille previsti, e gran parte di questi anche in regola con visti e documenti, o in attesa di regolarizzazione. La maggioranza è fuggita senza lasciare traccia, dileguandosi nella notte, lasciando al campo anche quei pochi averi, raccolti nel tempo con il sudore della fronte per riuscire a sopravvivere in condizioni disumane. Di questo si parla ben poco (a parte che sulla stampa locale), come al fatto che a vagare da due giorni in cerca di riparo è un popolo di disperati, senza tetto, senza lavoro e, quindi, senza cibo. Per gli stessi caporali, che recuperavano manodopera a basso costo percorrendo la statale 18 di buon mattino è diventato un serio problema fronteggiare la richiesta dei datori di lavoro che rischiano di perdere interi raccolti se non si trovano braccia da utilizzare.

Loro, gli immigrati clandestini, sono svaniti nel nulla. Qualcuno, si dice, ha raggiunto amici e parenti fuori provincia, chi è stato accolto da connazionali, ma il grosso se ne sta ben nascosto, vivendo nel terrore di essere prelevati e rimpatriati dalle forze dell'ordine, che pattugliano senza sosta e da ore i territori della piana. Una situazione insostenibile, anche per le poche associazioni e gruppi di volontari attivatisi fin dalle prime ore per fronteggiare l'ondata improvvisa dei "senza tetto". Di colpo, infatti, la numerosa comunità magrebina della piana si è risvegliata questa mattina in strada, vagando senza meta e fronteggiando alla meglio il freddo che in questi ultimi giorni si è abbattuto sulla città. Già fantasmi per uno Stato che non riconosce loro alcun diritto, pronto a rispedirli nel proprio paese alla prima occasione sebbene nel Salernitano siano il vero motore dell'economia agricola, oggi centinaia di extracomunitari si ritrovano soli, senza più alcun riferimento e ignorati dalla collettività perché clandestini. C'è l'arresto per favoreggiamento per chi oggi li accoglie e li protegge.

E mentre il Ministero parla di successo per lo sgombero dell'ignobile ghetto salernitano, uno scempio per un Paese civile come l'Italia in cui i magrebini erano costretti a vivere in condizioni di assoluta precarietà, la Regione Campania, proprietaria dei suoli, sembra cadere dalle nuvole, e se da una parte esulta per aver finalmente liberato uSan-Nicola-Varco-8n suolo, oggetto negli ultimi tempi di importanti investimenti finanziari (300 mila euro sborsati dall'assessore Gabriele per la nascita di un grande polo agroalimentare e la progettazione sui centinaia di migliaia di metri quadri disponibili di un outlet da oltre 80 milioni di euro, una struttura che promette un fatturato di circa 60 milioni l'anno e lavoro per 500 persone), dall'altra, con in testa l'assessore alle Politiche sociali, Alfonsina De Felice, parla di un' azione della magistratura azzardata ed improvvisa che ha solo peggiorato le cose, visto il proficuo lavoro condotto negli ultimi mesi dal suo staff e dall'OIM per svuotare il campo"con garbo". Si comincia qualche mese fa con l'invio di tre container per offrire i servizi di base, di cui però solo uno diventato operativo, poi con l'installazione di bagni e docce per compensare l'assenza di servizi igienici (seppur dubbio sia il loro definitivo collaudo). Si parlava da tempo di bonifica dei suoli, seppur troppo onerosa per le casse pubbliche (dove smaltire tonnellate di rifiuti speciali e pericolosi stoccati illegalmente per decenni in quell'area fuori controllo?), meglio spingere quindi i clandestini ad accettare un assegno di 1.200 euro e tornarsene nei paesi d'origine con un viaggio pagato. Ma solo in pochi, circa una quarantina, accetteranno lo scambio, troppi i sacrifici affrontati per giungere in Italia, senza considerare poi l'umiliazione del fallimento difronte a familiari ed amici che hanno investito tutto nel sogno italiano. Meglio fuggire nei campi in piena notte, dormire negli angoli più bui ed umidi, acquattati nei campi e nascosti dalla vegetazione per non essere scoperti. Centinaia di anime, senza volto e senza nome, preferiscono tutto questo all'idea di perdere anche la dignità con un rimpatrio forzato.
Intanto ad Eboli si susseguono gli appelli delle associazioni di volontariato, di quanti senza sosta lavorano da giorni nel coordinare i primi aiuti umanitari, che allo stato scarseggiano: servono coperte, brande, abiti, generi di prima necessità, ma prima di ogni altra cosa servirebbe un tetto sulla testa, cosa che purtroppo nessuno potrà mai offrire loro se sprovvisti di documenti. E dinanzi alle contraddizioni di una politica tutta italiana la comunità cristiana non può restare con le mani in tasca e sarà proprio da don Ezio Miceli, che gestisce da anni i centri d'accoglienza per tossicodipendenti "Casa Speranza" e "Giovanni Paolo II", arriveranno i primi pasti caldi per rifocillare quelle poche decine di sventurati rivoltisi alla Caritas e che ad Eboli hanno trionfato ricovero presso Torre barriate, un piccolo presidio per appena venti cittadini magrebini con permesso di soggiorno.

sannicolaNel frattempo si susseguono le riunioni politiche, gli incontri istituzionali e pare che questa mattina proprio l'assessore De Felice abbia anche previsto una serie di incontri con gli enti locali interessati, di cui però ancora non si hanno notizie. La piana del Sele di fatto è militarizzata e, inerme, assiste al consumarsi di una di quelle "calamità" annunciate difronte alle quali come sempre ci si trova impreparati, pur percependo un immobilismo ipocrita e beffardo delle istituzioni, della politica e di quanti hanno piena responsabilità nella nascita e nella sopravvivenza del ghetto di San Nicola Varco.

In un inarrestabile processo di deresponsabilizzazione delle istituzioni locali, inghiottite per oltre un decennio da una politica individualista per cui il principio ultimo non è il benessere della collettività, ma l'appagamento del proprio ego attraverso rapporti clientelari che ne garantiscono il consenso, mercoledì ci si è ritrovati con in mano un pugno di mosche, anzi con un'enorme emergenza umanitaria tutta da gestire. Non mille clandestini da prelevare e rispedire a casa, avendo già "prenotato" centocinquanta posti nei CIE di Lamezia e Crotone, le forze dell'ordine hanno dovuto tenerne a bada appena un centinaio, di cui solo una quarantina raggiungeranno gli uffici della Questura di Salerno per gli accertamenti di rito. La maggior parte che risulterà in regola con i documenti avrà 72 ore per recuperare quanto lasciato al campo. Ma che ne è e che ne sarà ora di tutti gli altri, della manodopera clandestina, qualla sfruttata e sottopagata da imprenditori con pochi scrupoli?

 

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